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04 Marzo 2019
FIDC MARCHE. LA SOLITA "MACEDONIA" ANIMAL-AMBIENTALISTA
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Lo scorso 27 febbraio su due quotidiani a diffusione soprattutto regionale è apparso un articolo sostanzialmente sovrapponibile, ricavato da un comunicato della "Alleanza delle associazioni ambientaliste marchigiane", che riunisce 8 sigle protezioniste e animaliste della regione. Come contenuti, sul tema lupo, la consueta "macedonia" di informazioni parziali e argomentazioni di parte spacciate per verità e fra loro slegate, ma tutte volte - al solito - a mettere in cattiva luce caccia e cacciatori.

Immediata già nella prima mattinata la risposta del presidente regionale Federcaccia Paolo Antognoni, indirizzata ai due direttori e per serietà non pubblicata in attesa di una rettifica doverosa e dovuta.

Questa, spiace dirlo, non è arrivata, in barba a qualsiasi considerazione deontologica e di rispetto per la par condicio. Ci sentiamo quindi autorizzati a diffonderla sui nostri canali. Questo il testo della risposta di FIdC Marche.


Egregio Direttore,

ho letto con interesse l'articolo apparso questa mattina sul quotidiano da Lei diretto e dedicato alla questione lupo, o meglio, alla posizione su questa delle associazioni ambientaliste - ma forse sarebbe ormai più esatto definirle animaliste - che ovviamente hanno del lupo, come di altre tematiche che riguardano fauna territorio e ambiente, una visione legittima ma certo di parte.

Avendo tirato in ballo come sempre la caccia, mi sento in dovere di intervenire, auspicando che nell'interesse dei cittadini, oltreché per dovere deontologico, voglia riservare anche a noi lo stesso spazio.

Prima di tutto credo opportuno sgombrare il campo dal grande equivoco ingenerato nell'opinione pubblica ad arte, che i cacciatori siano interessati alla riapertura della caccia al lupo e che a questo pensi chi suggerisce di gestire la specie ANCHE attraverso prelievi.

Il lupo non è una specie cacciabile, con molta probabilità non lo sarà mai più, ma quel che più conta è che a nessun cacciatore interessa lo sia.

"Salviamo il lupo dalle doppiette", "No alla caccia al lupo" e via di questo passo sono riusciti slogan che servono ad alzare l'attenzione di una opinione pubblica in realtà molto distratta e poco informata spingendola a influenzare le decisioni che dovrà prendere in merito la classe politica. Una "campagna pubblicitaria" delle associazioni protezionistiche ben riuscita, lo ammettiamo, ma basata su presupposti falsi.

C'è da aggiungere che se mai si giungesse alla decisione di prelevare, ma diciamo senza false ipocrisie di sparare a qualche esemplare della specie lupo (1 o 2? Questi i numeri di cui stiamo ipoteticamente parlando) non sarebbe certamente un cacciatore a premere il grilletto. Carabiniere forestale, poliziotto, guardaparco, tiratore scelto del Col Moschin.... Non sappiamo a chi si rivolgerebbero le autorità e francamente non ci interessa. Ma di sicuro non sarà il pensionato Mario Rossi, titolare della licenza di caccia dal 1968. Probabilmente, visto come funzionano le cose in Italia, si chiamerà qualche "esperto" straniero, magari francese, Paese come noi membro della UE dove il lupo è altrettanto protetto, ma dove ogni anno vengono abbattuti senza tante polemiche un certo numero di esemplari ritenuti pericolosi o eccessivamente confidenti.

Detto questo, che mi pare una puntualizzazione di non poco conto, veniamo alle altre accuse mosse alla categoria. Che il bracconaggio sia purtroppo un fenomeno presente non lo neghiamo, anzi, siamo i primi a combatterlo e denunciarlo al fianco delle forze dell'ordine. Anche qui però, la ricostruzione dell'Alleanza delle associazioni ambientaliste marchigiane è di parte e sembra che i nostri boschi e le nostre campagne si trasformino dopo il calar del sole in cambi di battaglia popolati di incursori e reparti speciali votati a una lotta all'ultimo sangue con le specie selvatiche. Un po' di senso della realtà credo non guasterebbe.

Più che le battute al cinghiale, poi, a provocare lo spostamento verso la pianura e i centri abitati degli ungulati e di conseguenza dei predatori, sarebbe più corretto individuare come causa la ricerca dei primi - e di conseguenza dei secondi - di maggiori e più facili fonti di cibo, come qualsiasi tecnico faunistico può confermare.

Infine il riferimento agli incidenti di caccia, che nulla ha a che fare con la questione in discussione ma che per gli anticaccia "ci sta sempre bene". I dati riportati sono ancora una volta inesatti, non sappiamo se volutamente o per una errata scelta nelle fonti. I dati forniti dalla nostra e dalle altre associazioni venatorie assieme al CNCN a conclusione di stagione e non contestati da nessuno, semplicemente perché veritieri, sono un po' diversi: sono 12 i decessi accertati durante la stagione 2018-19 (dal 1° settembre 2018 al 30 gennaio 2019), con una diminuzione del 33% rispetto a quella precedente. Per maggiore chiarezza, gli incidenti mortali che hanno coinvolto i cacciatori sono stati 10 (83% del totale), mentre quelli che hanno coinvolto i non cacciatori sono stati 2 (17% del totale). Durante lo stesso arco temporale i feriti sono stati 50, con un calo del 17% rispetto al 2017-18. I ferimenti dell'ultima stagione hanno coinvolto per il 74% dei casi cacciatori (37 feriti) e per il rimanente 26% dei casi non cacciatori (13 feriti).

Anche un solo decesso durante la caccia rimane inaccettabile, siamo i primi a dirlo, ma forse è bene ricordare che qualsiasi attività umana, anche quella apparentemente più sicura, comporta una percentuale di rischio che può essere abbassata, ma non eliminata del tutto. Non vogliamo abbassarci anche noi al giochino del "lui è peggio di me", ma basta guardare allo sci, all'escursionismo o alla raccolta di funghi.

Concludendo, caro Direttore, ribadisco l'auspicio che anche la nostra voce sia ascoltata in questa discussione, e la ringrazio per l'attenzione che mi ha concesso


Paolo Antognoni - Presidente Regionale Federcaccia Marche











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